Maggio è il mese dei diritti dei bambini – Circolare nazionale di maggio 2019 dalla Rete di Macerata

Circolare  nazionale di maggio 2019                               dalla Rete di Macerata

Maggio è il mese dei diritti dei bambini
Cari amiche e amici,

è incredibile quante siano le guerre attualmente nel mondo e quanto incidano sulla vita dei bambini: uno su cinque vive in aree di conflitto, precisamente il 90% dei bambini yemeniti, il 70% di quelli siriani, il 60% dei bambini somali, come dice il manifesto che ho riportato sopra. I più vulnerabili non sono protetti dagli orrori della guerra e questo è un affronto alla nostra umanità. E’ ora che i governi capiscano che non riuscire a proteggere i più vulnerabili è il fallimento di qualsiasi politica. Da Anna Frank ai bambini di oggi sono sempre loro a subire le guerre dei grandi; per non parlare di quelli arruolati, armati e costretti a combattere nonostante la tenera età. Elenco alcuni dei punti caldi nel mondo:

Africa: Punti Caldi: Burkina Faso (scontri etnici), Egitto (guerra contro militanti islamici), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)

Asia: Punti Caldi: Afghanistan (guerra contro i militanti islamici), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014)

Europa: Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Artsakh ex Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito armeno e esercito del Artsakh (ex Nagorno-Karabakh)

Medio Oriente: Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i palestinesi nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi)

Americhe: Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico), Cile ( oppressione del popolo Mapuche vittima della negazione della propria identità oltre ad essere defraudato delle sue risorse naturali), Venezuela ( crisi politico-militare fra Maduro e Guaidò- due presidenti nello stesso  Stato), Brasile (Bolsonaro guerra agli indios dell’Amazzonia ritenuti ostacoli al sistema finanziario speculativo di cui egli è il portavoce)

TOTALE:

Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 69
Totale Milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti 822

Una buona iniziativa:

Ripresa congiuntamente da “Rete italiana per il Disarmo”, “Sbilanciamoci!” e “Rete della Pace” la nuova fase di mobilitazione (che nelle prossime settimane vedrà concretizzarsi diverse iniziative a livello nazionale e territoriale) che ha come obiettivo la richiesta al Governo e al Parlamento dello stop definitivo della partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter. Un impegno che, dopo i primi 4 miliardi già spesi e almeno 26 velivoli già acquisiti o in produzione, costerà, se confermato, almeno altri 10 miliardi di euro, destinati ad aerei d’attacco e con capacità nucleare.

Oggi abbiamo fatto un appello ai Parlamentari di tutti gli schieramenti: dite basta a questa scelta insensata a problematica presentando e discutendo entro l’estate una Mozione per il blocco definitivo e completo del programma JSF”, ha commentato Giulio Marcon, coordinatore della campagna “Sbilanciamoci!.”“                            Le organizzazioni della società civile  hanno rilanciato la “mobilitazione NO F-35” chiedendo di destinare tali fondi a necessità più urgenti per l’Italia: welfare, lavoro, istruzione, diritti, ambiente. I soldi che si dovrebbero  spendere per gli F-35 nei prossimi 10 anni si potrebbero invece investire in: 100 elicotteri per l’elisoccorso in dotazione ai principali ospedali, 30 canadair per spegnere gli incendi durante l’estate, 5.000 scuole messe in sicurezza a partire da quelle delle zone sismiche e a rischio idrogeologico, 1.000 asili nido pubblici a favore di 30.000 bambini oltre a 10.000 posti di lavoro per assistenti familiari nel settore della non autosufficienza. Rilanciare la campagna contro l’acquisto dei cacciabombardieri F-35  è importante perché è  ora di dire basta a queste scelte che tolgono risorse allo sviluppo sostenibile e ai reali bisogni del Paese, e non fanno altro che alimentare la corsa al riarmo, a nuove guerre, a nuove dittature. E’ ora di costruire la pace con l’economia di pace e con la difesa civile e nonviolenta, con il rifiuto della guerra e con la messa al bando delle armi nucleari. Dobbiamo garantire l’accesso ai diritti fondamentali e universali a tutte le persone, perciò il Parlamento deve ascoltare e scegliere da che parte stare: dalla parte dei bisogni del paese e della pace o dalla parte dell’industria bellica?

Tra il 2019 e il 2020 anche il nostro Paese dovrà decidere se sottoscrivere un contratto di acquisto pluriennale, diverso dagli acquisti annuali flessibili che sono stati condotti finora,  per cui siamo allo snodo fondamentale: dopo tale passaggio non sarà più possibile tornare indietro e risparmiare alcun euro, anzi il continuo lievitare dei costi ci costringerà ad aumentare anche i fondi attualmente stanziati.  Consideriamo che nella seconda parte del 2018 sono stati almeno 6 i nuovi contratti sottoscritti dall’Italia in prosecuzione all’acquisto di lotti  di F-35. I documenti della Difesa (come il DPP 2018) confermano  che anche il Governo Conte – così come gli Esecutivi precedenti – ha firmato contratti che configurano l’acquisto di nuovi aerei  spendendo  centinaia di milioni di denaro pubblico!

                                                                                                             Maria Cristina Angeletti

 

 

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La lezione di Greta – Lettera di aprile 2019 dalla Rete di Macerata      

Lettera di aprile 2019        dalla Rete di Macerata              M.Cristina Angeletti

La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande” ( Hans Georg Gadamer).

La lezione di Greta

Giovani e futuro sono sinonimi. Il futuro in primo luogo, biologicamente, appartiene a loro. Da sempre. In un pianeta, però, meno ricco di risorse e con problemi nuovi, questa relazione è diventata meno scontata.  Il futuro, almeno come lo abbiamo conosciuto nella seconda parte del XX secolo, quando era ovvio che le nuove generazioni avrebbero avuto  una qualità della vita migliore delle precedenti (almeno per molti e in occidente)  è un concetto che semplicemente non esiste più. Per i ragazzi attivarsi per il cambiamento è diventata oggi una priorità.

Una domanda ricorrente: Perché studiare per un futuro, quando non ci sarà un futuro?
In questo senso una storia interessante è quella di Greta Thunberg, la ragazzina svedese di 15 anni che ha scelto di scioperare dalle lezioni e sedersi sotto il Parlamento per costringere i politici ad agire sul cambiamento climatico. Anche lei, come migliaia di suoi concittadini, ha visto questa estate bruciare in Svezia ettari di foreste: centinaia di alberi e terreni aridi trasformati in muri di fuoco anche a causa del riscaldamento globale.

Greta è stata capace di dare corpo alla sua protesta dall’agosto 2018, grazie al climate strike, lo sciopero per il climate change. La sua azione ha attirato l’attenzione non solo di altri giovani ma di un’ampia comunità consapevole dell’urgenza del problema. Greta ha poi fatto sentire la sua voce a COP24, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è svolta a Katowice in Polonia. Ha inventato l’iniziativa “Venerdì per il futuro”che il 15 marzo 2019 ha coinvolto i giovani di 1659 piazze sparse in 105 paesi del mondo. Uno sciopero scolastico in nome della scienza.

Un’altra domanda ricorrente: Il modo in cui i grandi organizzano il futuro è affare loro o soprattutto di chi quel futuro lo vivrà?

Per ricordarcelo serviva una ragazzina bionda con un cartello in mano, che non ha mai smesso di crederci. La studentessa, che il Time ha inserito nella lista delle teenager più influenti al mondo, ha impartito una lezione ai potenti del mondo. I giovani con la loro energia e la loro creatività saranno i veri agenti del cambiamento. Saranno loro a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e a costruire un futuro migliore per l’uomo e l’ambiente.                                                                                                                               Con questa protesta i ragazzi non solo chiedono la riduzione delle emissioni dei gas serra nel rispetto degli accordi di Parigi del 2015, ma anche l’adozione di nuove politiche ambientali per evitare quello che oggi appare come un destino già scritto.

Lo slogan più utilizzato: “Perché gli adulti che tra quaranta/cinquanta anni non ci saranno più possono permettersi di distruggere il futuro delle nuove generazioni? ” In poche settimane migliaia di ragazzi e ragazze dalla Svezia all’Australia hanno  quindi  aderito ai Fridays for Future disertando le aule per invadere le strade e manifestare contro decenni di inquinamento che hanno innalzato sensibilmente le temperature globali, sfalzato l’equilibrio di interi ecosistemi e innescato il veloce scioglimento dei grandi ghiacciai antartici.

Greta  è in visita in Italia,  venerdì 19 aprile a Roma a Piazza del Popolo ha manifestato  con i ragazzi di FridayForFuture, in vista della Giornata mondiale della Terra del 22  aprile.

Ma essere o meno dell’età di Greta, ossia dei nativi ecologici, non cambia: ci sono tante piccole  azioni per contribuire al cambiamento e fare ciascuno – indirizzando i governi a fare altrettanto – la propria parte. MyClimateAction.                                                                                                               Ecco 10 spunti, piccolissime azioni per fare la differenza:                                       1) Beviamo acqua del rubinetto, aboliamo la pratica (in Italia siamo al top) di utilizzare acqua in bottiglie di plastica per uso domestico e portiamo sempre con noi una bottiglia personale continuando ad usare sempre quella. Già questo nel nostro piccolo cambierà qualcosa                                         2) Non sprechiamo l’acqua potabile facendo docce brevi, tenendo i rubinetti aperti solo quando occorre, usando  detergenti naturali come l’aceto che non necessitano di grandi  risciacqui                                                       3)Torniamo al caro, vecchio sapone evitando così flaconi di plastica. Ora in solido si trova di tutto dallo shampoo al balsamo                                                     4) Usiamo spazzole e spazzolini in bambù, igienico e ecologico                        5) Pic-nic al parco no plastic: per le nostre gite usiamo materiale compostabile o meglio ancora lavabile. Ognuno porti il suo cestino                   6) Usiamo i piedi, le bici, i mezzi pubblici. Insomma lasciamo il più possibile a casa la macchina. La mobilità sharing è in pieno sviluppo, sulle piste ciclabili invece siamo inizio                                                                                               7) Conserviamo il cibo nel vetro e  nella ceramica. Al bando pellicole e alluminio inquinanti                                                                                                         8) Illuminiamo  in modo ragionevole con lampadine a basso consumo. Ricordiamoci poi di spegnere le luci quando lasciamo una stanza e usiamo l’aria condizionata solo se è indispensabile                                                                 9) Facciamo l’orto: un modo per aumentare la quota di cibo a km zero, il verde in città e l’attività antistress per chi lo cura. Che siano vasetti in balcone o piante in giardino, va bene tutto per cambiare rotta                             10) Ricicliamo il più possibile e compriamo meno: che sia il passaggio di vestiti ad amici o parenti, che sia il corretto smaltimento dei rifiuti, che sia rinunciare all’acquisto destinato in breve al dimenticatoio, anche così facciamo azioni buone per il clima e per noi stessi.

Da insegnante tifo per Greta e per i giovani motivati al rispetto dell’ambiente, nella convinzione che loro potranno realmente contribuire  al cambiamento di mentalità coinvolgendo tutti, per primi  noi adulti in gran parte responsabili, più o meno consapevolmente, dei danni causati all’ambiente.

 

 

CIRCOLARE NAZIONALE – MARZO 2019 – A CURA DELLA SEGRETERIA Oggi il mondo dell’informazione sta vivendo una rivoluzione…

striscione Rete RR

Oggi il mondo dell’informazione sta vivendo una rivoluzione che qualcuno paragona, per importanza, a quella introdotta dall’invenzione dei caratteri di stampa di Gutenberg.

CIRCOLARE NAZIONALE – MARZO 2019 – A CURA DELLA SEGRETERIA

La Rete Radié Resch delle origini faceva pressione sui governi dittatoriali dell’America Latina inondando di cartoline le ambasciate per denunciare le violazioni dei diritti umani. A quell’epoca i dittatori ci tenevano alla propria immagine e temevano le iniziative che potevano smascherarli. Oggi i dittatori si vantano di disprezzare i diritti umani. E non solo i dittatori.

A quell’epoca si scrivevano lettere ai giornali per denunciare ingiustizie e per portare alla luce notizie che il potere voleva tenere nascoste. Si leggeva la stampa alternativa per aggirare l’informazione controllata e manipolata dai potentati economico-politici.

Oggi la situazione è molto più complicata. Il caso del Venezuela è emblematico: sappiamo tutti che dietro le informazioni che ci arrivano c’è lo zampino degli Stati Uniti, potenza che ha forti interessi economici nella regione, ma sappiamo anche che in Venezuela sono in campo giganteschi interessi di Russia e Cina, due potenze che in fatto di disinformazione non hanno nulla da imparare dagli americani. Chi ce la racconta giusta?

Oggi il mondo dell’informazione sta vivendo una rivoluzione che qualcuno paragona, per importanza, a quella introdotta dall’invenzione dei caratteri di stampa di Gutenberg.  L’invenzione alla base della rivoluzione attuale è internet. “Da Gutenberg a Internet” era il titolo del capitolo conclusivo del volume “L’Italia in prima pagina” di Aurelio Magistà (Bruno Mondadori, 2006), un capitolo “aperto”, che lasciava appena intravedere le novità che internet era destinato ad apportare al mondo dell’informazione. Nel giro di dieci anni il cambiamento è stato epocale. I giornali di carta hanno perso progressivamente la loro influenza sulle masse (anche se rimangono pur sempre letti dai ceti più influenti della società): solo in Italia in un decennio i quotidiani hanno visto dimezzare la loro tiratura; settimanali come Panorama stanno chiudendo e altri come Famiglia Cristiana, che vendevano oltre un milione di copie, oggi ne vendono poco più di 100 mila. Anche l’influenza della tv è in calo, soprattutto fra i giovani: il piccolo schermo continua ad essere fonte di informazione, ma a differenza di qualche decennio fa, quando era uno strumento di elevazione culturale (ricordate il maestro Manzi di “Non è mai troppo tardi”?), oggi più che altro svolge un ruolo di deformazione del costume. Nel frattempo è aumentata vertiginosamente l’informazione online, attraverso i blog e i social media, con una frammentazione delle fonti, l’impossibilità di controllare la provenienza delle notizie, l’immediatezza della diffusione di immagini e video grazie agli smartphone, la mancanza di contestualizzazione, il dilagare delle cosiddette fake news, cioè notizie false create e diffuse per scopi oscuri, l’esplosione dell’odio online, l’arretratezza della legislazione dei singoli Stati, che non sono in grado di far fronte a problemi nuovi di dimensione planetaria…

In questa situazione di incertezza si inseriscono abilmente i manipolatori di professione, che utilizzano le nuove tecnologie per “profilare” gli utenti di internet, cioè per ricavare dalle ricerche che ognuno di noi fa in rete, le nostre preferenze, i nostri gusti, i nostri sogni, per “rivendere” poi i nostri dati alla pubblicità, alla politica e a chiunque abbia un qualche interesse, più o meno lecito. “Oggi l’uso dei dati personali degli utenti di internet è stato reso un’arma con efficienza militare” ha detto Tim Cook, amministratore di Apple, alla conferenza Ue sulla privacy.

Oggi sono le notizie che vengono a cercarci anziché noi che andiamo a cercare le notizie: sono notizie costruite su misura del nostro profilo, perché “la rete ci conosce meglio di noi stessi”. Ecco perché molti sono convinti che i nostri politici attuali “dicono quello che pensa la gente”.

Di fronte a questa rivoluzione tecnologica in atto, la sensazione che provano le generazioni meno giovani è che l’informazione passi sopra le loro teste. L’esempio dell’elezione di Trump è emblematico: la grande stampa fino all’ultimo dava per certa la vittoria di Hilary Clinton e quasi nessuno si era accorto che qualcosa era cambiato. È vero che già la campagna di Obama era stata vinta anche grazie ai social, ma con Trump si è inserita la variabile dei “big data”, cioè dei “profili” di milioni di utenti ricavati dalla rete, elaborati da una società britannica e utilizzati dagli spin doctor della campagna elettorale di Trump. Secondo gli esperti, con modalità analoghe è stata influenzata anche la campagna per la Brexit, la campagna che ha portato Bolsonaro alla guida del Brasile, e anche le recenti campagne elettorali italiane.

Questi cambiamenti nel mondo dell’informazione si riverberano e si intersecano con tutti gli aspetti della nostra vita e della nostra società.

Cambia il capitalismo: il fatto che già nel 2011 Apple abbia superato in termini di capitalizzazione Exxon Mobil e che oggi le due persone più ricche del mondo siano Jeff Bezos, capo di Amazon, e Bill Gates, fondatore di Microsoft, sono fatti indicativi.

Cambia la nostra vita, sia negli aspetti materiali (cosa e dove compriamo …) che in quelli più immateriali (cultura, informazione, comunicazioni interpersonali …).

Cambia il modo di fare politica e la politica stessa: i governanti comunicano non più attraverso conferenze stampa o comunicati ufficiali, ma via Facebook o Twitter, e pretendono di guidare il paese bypassando la prassi istituzionale, fatta di principi, regole e atti formali.

Ma cambia anche la comunicazione privata e interpersonale, rendendo più frettolosi e superficiali i rapporti, frammentando la società e rinchiudendoci in una dimensione più individuale. Incapaci di “ricucire le lacerazioni”, siamo consumatori di relazioni usa e getta, sempre più soli con le nostre paure ma con tanti sempre nuovi amici virtuali, amici che non abbiamo mai visto in faccia e negli occhi. Questo porta poi spesso a espressioni virali di violenza un tempo inaudite, violenza che non sempre rimane a livello verbale.

Non si tratta di demonizzare le nuove tecnologie o di ignorarle: volenti o nolenti ne siamo tutti condizionati. Se vogliamo che il nostro operare a livello sociale, politico e di solidarietà sia efficace, serve una maggiore e più approfondita consapevolezza e conoscenza della realtà in cui operiamo. E’ sempre una questione di stile di vita.  Si tratta innanzitutto di dedicare tempo alla comprensione della realtà, alla ricerca critica, ai rapporti interpersonali. Dobbiamo sforzarci, da un lato di capire i cambiamenti in atto a livello sociale ed economico, e dall’altro di imparare a conoscere e ad usare in modo critico i nuovi strumenti che le tecnologie digitali ci forniscono.

Per questo il Coordinamento della Rete ha deciso di dedicare ai temi dell’informazione nell’era digitale il Seminario di quest’anno, cioè il momento formativo e di approfondimento che la Rete promuove negli anni in cui non c’è il Convegno nazionale. La scelta del Coordinamento è stata quella di dedicare due giornate (il 18 e il 19 maggio) a questi temi, chiamando relatori ed esperti che ci aiuteranno ad analizzare e a capire meglio i vari aspetti di questi fenomeni. Il Seminario vuole tenere conto delle differenze generazionali: per i più giovani (i cosiddetti “nativi digitali”) il focus sarà soprattutto su come rapportarsi in modo critico alla realtà digitale, per loro naturale ma spesso vissuta in modo acritico; per i meno giovani si tratterà di acquisire gli strumenti per usarla in modo efficace e consapevole.

La sede del Seminario sarà il Centro Congressi Ca’ Vecchia di Sasso Marconi (Bologna). Informazioni più dettagliate saranno fornite in seguito. Intanto la Segreteria invita tutte le reti locali a organizzarsi per garantire una buona partecipazione.

La Segreteria: Maria Angela, Maria Cristina, Fulvio

Faith e Aliya

Faith e Aliya

Faith e Aliya

Novella d’amore

a noi inviata su onde migranti,

irraggiungibile per chi di noi

chiuso rimane

nei recinti

di sicurezza grama.

Tu Faith hai generato

una bimba

partorendo appena scesa dal treno.

Gettate di fretta ,

col foglio di via su un convoglio –

come in tempi non remoti –

espulse da un luogo di accoglienza

e dignità.

E tu giovane madre

ali hai messo ai piedi

e al ventre

contro il livore

sparso a piene mani

in questi tristi giorni/mostri.

Insipiente

chi ti ha respinto;

felice

chi ti ha aiutato a nascere:

Aliya, dono della Vita,

promessa

di un domani più umano.

Circolare nazionale febbraio 2019 a cura della Rete di Celle-Varazze: interrogarsi camminando

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CIRCOLARE NAZIONALE FEBBRAIO 2018 – RETE di CELLE – VARAZZE

Fine Dicembre.

L’associazione Repubblica Nomade ci contatta per condividere un pezzo del loro ultimo cammino dal titolo : “ Il crollo e l’unione  ”.  L’idea è quella di unire simbolicamente l’icona dell’incuria del nostro tempo – il Ponte Morandi a Genova – con l’emblema della chiusura e di una Europa al capolinea – la frontiera di Ventimiglia, raccogliendo contemporaneamente nel tragitto confronti e testimonianze dalle associazioni e dalle realtà operanti sul territorio.

Quel camminare insieme non è puro atto atletico e/o turistico ma elegge spostamento, invenzione ed avventura a strumento per abbattere le barriere e costruire un modello sociale più equo e solidale. Acquisendo così una finalità politica molto forte.

Tra i loro significativi percorsi citiamo quello del 2011, organizzato in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ed il cui cammino ha ricucito la penisola partendo da Milano – una delle metropoli più ricca d’Italia con Napoli -Scampia – una delle periferie più degradate.

Questo gruppo di uomini e donne, diversi per età e provenienza, apre e stimola la relazione.
Ognuno si può aggregare. Sia in senso fisico che metaforico.
E le esperienze di ogni singolo, di ogni associazione diventano patrimonio comune, condiviso.

Quell’ << interrogarsi camminando >> genera una reciproca immediata sintonia.
Nel vento di Liguria, l’incedere dei passi è accompagnato dallo sventolio di una bandiera.
Una bandiera che è simbolo di  lotta, di  resistenza ben conosciuta e sostenuta anche da noi. Quella del popolo Mapuche.

Ci unisce alla Repubblica Nomade dinamicità, leggerezza, quella << ricerca scalza >>, quel non volersi istituzionalizzare per non spegnere lo spirito ma soprattutto la necessità di ascolto e di relazione.

Fine Gennaio.

Il seminario di Studi tenutosi a Roma all’Università Roma Tre ha definito Masina un  << cattolico errante >> .  Ettore ci ha consegnato come fondamentale la dimensione del cammino, del divenire …. La Rete ha raccolto valori, strumenti e modalità come una  “anomalia resistente ” (definizione dall’intervento al medesimo seminario di Ercole Ongaro).

Per garantirne la sopravvivenza, Ettore e Clotilde hanno avuto il personale coraggio e la profetica lungimiranza di << demasinizzare  >> la Rete Radie Resch.
Siccome le nostre energie e risorse stanno progressivamente riducendoci, forse noi dovremmo trovare  l’ardire di saper rinunciare ad un po’ della nostra auto – referenzialità e decidere finalmente di disegnare in maniera sistematica percorsi comuni con altre realtà sintoniche ed affini.  A cominciare dal nostro Convegno prossimo venturo ………………….

La Rete Locale di Celle – Varazze

Aiutiamoli a casa loro – Circolare nazionale, a cura della Rete di Varese

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CIRCOLARE NAZIONALE GENNAIO 2019

“Aiutiamoli a casa loro”: questo slogan riecheggia spesso nella nostra epoca di rigurgiti populisti e xenofobi.
L’idea, in sé, non sarebbe neppure sbagliata: gran parte dei nostri simili sta bene a casa propria e, se migra, lo fa per bisogno o disperazione. Migliorare le condizioni di vita nei luoghi di provenienza, potrebbe realmente ridurre il fenomeno migratorio. Sbagliato è l’uso ipocrita che se ne fa: chi pronuncia questa frase, quasi sempre non ha la minima idea di come fare o, avendola, non ha la minima intenzione di farlo.
Ecco, dunque, cinque “semplici” consigli, per “aiutarli a casa loro”.
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1. Riconvertire la nostra industria bellica.

Secondo lo “Stockholm International Peace Research Institute”, l’Italia è al nono posto nel mondo ed al quinto in Europa tra i paesi esportatori di armi, con circa il 2,5 % del totale . Tra i maggiori acquirenti, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Algeria, Israele, Marocco, Qatar, Taiwan e Singapore.
Il nostro Paese ha una lunga tradizione in materia di produzione armiera: gli aerei e gli elicotteri in provincia di Varese, le mine e le pistole in provincia di Bresca, le navi a La Spezia, sono solo alcune delle “eccellenze”.
In teoria, la vendita di armi a paesi stranieri è disciplinata dalla Legge 9 luglio 1990 n° 185 che prevede, tra l’altro, il divieto assoluto di vendita ai paesi in stato di conflitto armato o responsabili di violazione dei diritti umani. Divieto sistematicamente ignorato, come dimostrano le recenti forniture ad Arabia Saudita (conflitto in Yemen) e ad Israele (conflitto a Gaza). Per non parlare del-le c.d. “triangolazioni”, ossia vendite a paesi “puliti”, utilizzati come mere stazioni di transito.
Inutile dire che i principali acquirenti di armi sono i paesi in guerra o che, a loro volta, arma-no milizie impegnate in guerre civili. Banalmente, le armi alimentano le guerre e le guerre produco-no morti e rifugiati.
Vero è che l’industria armiera, come qualsiasi altra, crea ricchezza: ma a quale prezzo? Tra l’altro, molti studi hanno ormai accertato che l’aumento della spesa bellica non produce automatica-mente lavoro .
Un programma di riconversione dell’industria bellica in industria civile potrebbe consentire al nostro paese di “chiamarsi fuori” da una delle principali cause di migrazione, senza incidere ne-gativamente sull’occupazione.

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2. Porre termine alle nostre “missioni di pace”.

L’art. 11 della nostra Costituzione stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra … come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Infatti, ogni volta che, in ambito NATO, i nostri mili-tari sono impegnati all’estero, si parla di “missioni di pace”. Ma lo sono davvero?
Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono terreni in cui abbiamo portato la pace? Con quali criteri sono stati scelti questi terreni? Perché, per esempio, non ci sono state “missioni di pace” per fermare le guerre civili in Repubblica Democratica del Congo o in Repubblica Centrafricana? Gheddafi era certamente un dittatore, ma non era l’unico e, probabilmente, neppure il più sanguinario. E’ eviden-te che l’impiego dei nostri militari risponde a logiche geopolitiche, più che umanitarie.
E queste guerre, comunque si voglia definire la nostra partecipazione, hanno prodotto profu-ghi, immigrati, richiedenti asilo. Basti pensare alla Libia divenuta, da paese accogliente per gli im-migrati dell’Africa equatoriale, “porta” per il loro ingresso in Italia, attraverso il Mediterraneo.
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3. Lottare concretamente contro i cambiamenti climatici.

Siccità, carestie, riduzione delle terre coltivabili sono la principale causa delle migrazioni c.d. “economiche”. Sempre che vi sia qualche differenza tra chi emigra per non morire in guerra e chi lo fa per non morire di fame.
I cambiamenti climatici in atto stanno, del resto, colpendo principalmente i paesi poveri, in cui l’ecosistema è più fragile e l’economia si regge, in gran parte, sull’agricoltura di sussistenza. Con il triste paradosso che chi ne subisce le maggiori conseguenze è responsabile solo in minima parte della produzione dei “gas serra”, ormai quasi unanimemente indicati come causa del riscalda-mento globale.
Eppure, il nord del mondo, che ne è invece il principale responsabile, non riesce assolu-tamente a trovare un accordo per limitare concretamente la loro produzione, malgrado l’esistenza, ormai da decenni, di valide tecnologie per la produzione di energia più pulita: basti pensare al foto-voltaico o ai motori ibridi, per le autovetture. E’ anche chiaro che, in questo ambito, l’iniziativa in-dividuale serve a poco: è del tutto inutile, ad esempio, acquistare un’auto elettrica se, poi, l’energia che si usa è ancora prodotta da fonti fossili.
Non solo: manca addirittura il coraggio di pubblicizzare e sostenere iniziative di “restituzio-ne”, quale, ad esempio, la realizzazione, con il contributo di ONU e Banca Mondiale, della “Great green wall”, una muraglia di alberi larga 15 chilometri e lunga 8.000, destinata ad attraversare l’A-frica dalla costa atlantica a quella dell’oceano indiano, per fermare l’espansione del deserto .
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4. Boicottare le multinazionali agroalimentari e favorire il commercio equo.

Le multinazionali del settore alimentare fanno certamente parte del problema. Occupano il territorio con enormi appezzamenti di monocultura, distruggendo l’agricoltura di sussistenza ed impoverendo i terreni. Si appropriano delle risorse idriche, spesso scarse e le sfruttano in maniera indiscriminata (i nostri amici Mapuche ne sanno qualcosa). Utilizzano fertilizzanti chimici e pesticidi, senza preoccuparsi delle ricadute sull’ambiente e sulla popolazione. Sfruttano il lavoro dei locali, retribuendoli con paghe da fame.
Tutto per portare sui banchi dei nostri supermercati le banane a 2 €. il chilo o il caffè a 2,5 €. la confezione e realizzare enormi profitti.
Già molti anni fa, padre Alex Zanotelli diceva che oggi è possibile fare politica anche tra i banchi di un supermercato, semplicemente decidendo cosa comprare. Boicottare le grandi multina-zionali e favorire il commercio equo, anche a costo di spendere di più, potrebbe essere un buon modo per “aiutarli a casa loro”.

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5. Assumere iniziative internazionali contro il “land grabbing”.

Il “land grabbing” (accaparramento della terra) è un fenomeno geopolitico che consiste nel-l’acquisizione di terreni agricoli su scala globale da parte si soggetti stranieri, spesso con la connivenza del governo locale.
Poco importa l’uso che poi se ne faccia: in realtà rurali, ciò causa l’allontanamento delle popolazioni che quella terra coltivavano da generazioni e la loro migrazione, nella migliore delle ipo-tesi, nelle grandi periferie urbane. Non si creda, poi, che tale modo di procedere sia una prerogativa esclusivamente cinese: basti pensare agli enormi latifondi della famiglia Benetton, in Argentina.
E’ evidente che accordi internazionali volti a limitare il “land grabbing”, se concretamente rispettati, potrebbero rimuovere una delle cause del fenomeno migratorio.
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Facile, vero? Sarebbe un modo per riconsegnare loro la speranza, l’unico vero motivo per non partire.
Mentre ci organizziamo dovremmo, però, tutelare davvero chi, anche per causa nostra, attra-versa deserti e mari per cercare, da noi, un mezzo per sopravvivere dignitosamente. Sarebbe un’oc-casione per restituire almeno una parte di quanto abbiamo loro tolto.

Rete di Varese