Circolare Nazionale Luglio- Agosto 2026 a cura di Marco Lacchin
Il prossimo 7 settembre andrà al voto alla Camera dei Deputati il disegno di legge di contrasto all’antisemitismo già approvato, in prima lettura, dal Senato della Repubblica. Suo scopo dichiarato è quello di recepire “la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza Internazionale per la memoria dell’Olocausto il 26 maggio 2016”, da utilizzare come strumento pratico per identificare e reprimere tutte le sue manifestazioni, presenti a future, nel nostro Paese.
Questa iniziativa legislativa ha già scatenato molte polemiche, alimentate dal sospetto che essa abbia come vero scopo la repressione di molte forme di legittima critica allo Stato di Israele, autore – nella striscia di Gaza e non solo – di gravissime violazioni del diritto internazionale e di iniziative belliche da più parti autorevolmente definite genocidiarie.
Una prima lettura del testo approvato dal Senato non parrebbe giustificare queste critiche. All’articolo 1, infatti, esso si limita giustamente a ripudiare ogni forma di antisemitismo e a favorire qualsiasi azione di ostacolo alla diffusione del “pregiudizio antisemita” in Italia. Antisemitismo definito come “una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti”. Anche gli articoli successivi fanno poi espresso riferimento all’ebraismo e non allo Stato di Israele. La distinzione è particolarmente importante perché forte è l’esigenza di tenere separato il deprecabile odio verso un popolo dalla legittima critica all’operato di uno Stato sovrano e del suo governo.
Non solo, sempre l’articolo 1 tiene ferme “la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione, nel rispetto dei principi costituzionali”.
Il problema sta tutto, invece, nel fatto che il disegno di legge recepisce espressamente la definizione adottata dell’Alleanza Internazionale per la memoria dell’Olocausto. Si tratta, infatti, di un’organizzazione intergovernativa che raggruppa 34 Paesi, tra cui lo stesso Stato di Israele ed il suo principale alleato, gli Stati Uniti d’America. Ovvio, quindi, che – a maggior ragione nell’attuale congiuntura geopolitica – tale organismo e la sua definizione non possono essere considerati terzi ed imparziali.
Infatti, tra gli indicatori di antisemitismo contenuti nella “definizione operativa” ed espressamente richiamati dall’articolo 1 del disegno di legge, ve ne sono alcuni “legati alla delegittimazione dello Stato di Israele”. Se ne riporta il testo completo: Indicatore 8 (Negazione del diritto all’esistenza): Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia intrinsecamente un progetto razzista. Esempio pratico: Affermare che lo Stato d’Israele non abbia alcun diritto storico o giuridico di esistere, a differenza di qualsiasi altra nazione. Indicatore 9 (Doppi standard geopolitici): Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele. Esempio pratico: Richiedere a Israele un comportamento geopolitico o il rispetto di standard umanitari che non vengono pretesi o minimamente richiesti a nessun’altra nazione democratica del mondo. Indicatore 10 (Uso di iconografia antisemita tradizionale): Utilizzare simboli e immagini dell’antisemitismo classico per caratterizzare Israele o gli israeliani. Esempio pratico: Vignette satiriche o caricature che ritraggono leader israeliani con tratti stereotipati medievali (ad esempio intenti a compiere “omicidi rituali” di bambini). Indicatore 11 (Paragone con il nazismo): Tracciare parallelismi tra l’attuale politica israeliana e quella dei nazisti. Esempio pratico: Utilizzare espressioni come “il genocidio di Gaza è uguale a quello di Auschwitz” o apporre la svastica sulla bandiera israeliana durante le manifestazioni pubbliche.
E’ del tutto evidente che, in questo momento storico, ricondurre all’antisemitismo – e quindi stigmatizzare per legge – la richiesta che lo Stato di Israele rispetti determinati standard umanitari (ad esempio che nelle azioni belliche sia tutelata la popolazione civile) o l’equiparazione di alcune sue condotte alla politica nazista (è di questi giorni la notizia che i prigionieri vengono identificati tramite un numero scritto sulla fronte), significa di fatto imbavagliare la libertà di espressione delle migliaia di persone che, in Italia come nel resto del mondo, ritengono che a Gaza sia in atto un genocidio e che il governo israeliano si stia sempre più macchiando di crimini di guerra e contro l’Umanità. Con buona pace del vuoto richiamo al diritto costituzione di libera espressione del pensiero. Quella che inizialmente appare come una legge giusta ed equilibrata si rivela, quindi, il tentativo di delegittimare chi critica e censura tutto questo.
Proviamo ad inserire in questa lettera circolare alcuni accenni che potrebbero essere oggetto di una riflessione più approfondita in occasione di un prossimo convegno della Rete.
La fragilità della democrazia rappresentativa oggi è segnata da un profondo paradosso: le persone dispongono normalmente di strumenti di informazione e di comunicazione senza precedenti nella storia, ma la fiducia nelle istituzioni rappresentative è ai minimi storici.
Nel 2025 tutti gli indici indipendenti che effettuano un monitoraggio sullo stato delle nostre democrazie hanno segnalato un declino preoccupante soprattutto nei settori della libertà di stampa, della partecipazione politica e della gestione dei flussi migratori. Molti paesi occidentali, inclusa l’Italia, sono classificati come democrazie imperfette, evidenziando che la stabilità democratica non è un traguardo acquisitoma un processo sotto costante stress.
Secondo questi indici il punteggio medio globale della democrazia è sceso al livello più basso dall’inizio delle rilevazioni, nel 2006. Più della metà dei paesi analizzati ha registrato un peggioramento in almeno un pilastro democratico (Rappresentanza, Diritti, Stato di Diritto e Partecipazione) negli ultimi cinque anni.
Fra i principali fattori di fragilità c’è sicuramente la crisi della rappresentanza ed in particolare dei partiti politici. I partiti politici tradizionali vivono una fase di stanchezza e di frammentazione ed hanno ormai perso il loro ruolo di raccordo stabile tra società e istituzioni. Questo ha alimentato l’astensionismo e la percezione di una politica distante dai bisogni dei non rappresentati.
L’ascesa della cosiddetta “democrazia liquida” sposta il dibattito fuori dalle sedi parlamentari verso i social media. Sebbene questi strumenti offrano nuove forme di espressione, in realtà le piattaforme da cui derivano sono esposte a campagne di
disinformazione (spesso orchestrate da attori stranieri) che alimentano la polarizzazione e la sfiducia nei governi.
Quando i corpi intermedi perdono efficacia o credibilità, si innesca un processo di disintermediazione, che finisce per favorire un rapporto diretto fra il leader e il popolo. Il populismo mira a eliminare le “interferenze” tra il vertice e la base, dipingendo i corpi intermedi (inclusi stampa, sindacati e istituzioni parlamentari) come ostacoli alla volontà popolare. Senza la mediazione di sindacati o partiti, le istanze complesse della società vengono ridotte a messaggi unilaterali e plebiscitari. La scomparsa dei luoghi di dibattito collettivo trasforma il cittadino da soggetto attivo a utente passivo o spettatore, aumentando la solitudine sociale.
La crisi non è solo politica ma strutturale, influenzata da globalizzazione e digitalizzazione (le forme tradizionali di aggregazione faticano a rispondere a processi globali e alle nuove dinamiche della rete) e dalla personalizzazione della politica (l’affermazione di modelli di governo centrati sulla figura del premier ha storicamente delegittimato le strutture di rappresentanza dal basso).
L’integrazione dell’intelligenza artificiale sta accentuando le fragilità strutturali della democrazia rappresentativa, introducendo rischi che vanno dalla manipolazione del consenso all’erosione della sovranità decisionale umana. Tramite IA si possono infatti simulare consensi artificiali su larga scala, rendendo difficile distinguere tra un dibattito autentico e campagne di propaganda automatizzate. Esiste inoltre il rischio di “avvelenamento” dei dati: ci sono campagne di disinformazione mirate che distorcono in modo permanente le informazioni a disposizione dei cittadini che in qualche modo si informano sulla rete.
A ciò si aggiunge il fatto che l’intelligenza artificiale consente una personalizzazione estrema dei messaggi politici basata sulla profilazione degli utenti. I cittadini finiscono di rinchiudersi in bolle informative che ingigantiscono i loro pregiudizi e rendono impossibile il confronto pubblico necessario alla democrazia rappresentativa.
Il problema è che, in un contesto così turbolento, cresce la domanda di protezione. Di fronte all’instabilità, al timore del declino, alla percezione di minacce pervasive, gli elettorati cercano sicurezza, ordine, identità. La protezione diventa il nuovo fondamento della legittimità politica. In cambio della sicurezza, si accetta la compressione delle libertà, la concentrazione del potere, la semplificazione autoritaria della realtà (l’ordine esecutivo di Trump per l’abolizione dello ius soli per i figli degli immigrati ne è un esempio). Si spiega così l’avanzata generalizzata dei partiti di destra che si registra un po’ dappertutto.
Lo stesso Leone XIV nel messaggio del 24 gennaio 2026 scrive: “Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”
Dietrich Bonhoeffer nelle Lettere dal carcere (“Dieci anni dopo” in Resistenza e Resa) osservava che di fronte al potere autoritario non sia tanto la malvagità a costituire il pericolo maggiore, quanto la stupidità. Intesa non come deficit intellettuale, ma come perdita della facoltà di giudizio, come abdicazione alla responsabilità personale. Lo stupido, osservava Bonhoeffer, non risponde ad argomenti, ma a slogan, non pensa, ma ripete, non valuta, ma si conforma. E, soprattutto, si sente sempre dalla parte della ragione.
Secondo Bonhoeffer, in determinati frangenti storici, la stupidità da caratteristica individuale si trasforma in fenomeno sociale indotto dal potere. Ciò accade quando l’individuo viene assorbito da un sistema che, promettendo protezione totale, lo persuade a delegare la propria capacità di discernimento, fino a smettere di giudicare e limitarsi a obbedire. La stupidità diventa così una risorsa politica: rende le persone prevedibili e governabili.
Non è una novità storica certo, ma il processo di disinformazione oggi ha acquisito nuovi strumenti. In questo anno si celebreranno con enfasi gli 800 anni dalla morte di Francesco di Assisi. Eppure, molti ignorano che la persona di Francesco fu oggetto di una operazione storiografica e religiosa tesa a occultarne la storia. Nel 1266 il Capitolo generale di Parigi, sotto la guida di Bonaventura da Bagnoregio, ordinò la distruzione di tutte le biografie precedenti del Santo per sostituirle con un’unica versione ufficiale, la Legenda Maior. Bonaventura impose di bruciare ogni documento originale nei conventi e monasteri per cancellare l’immagine di un Francesco “pericoloso”, troppo radicale nella sua povertà e troppo vicino agli ultimi. Ne venne fuori un Francesco “addomesticato”, depurato dagli scritti dei suoi primi compagni e dai tratti più scomodi della sua predicazione. Quello che poi ha finito per prevalere nel nostro immaginario.
Siamo appena rientrati dal Guatemala, occasione di incontro con persone impegnate con i poveri e per la giustizia, ma anche occasione di visita a luoghi di grande bellezza.
Situato nell’America Centrale, il Guatemala, è stato ritagliato dalle potenze coloniali a sud del Messico e a nord di Honduras e Salvador, diventando un’importante e trafficata via di comunicazione tra i porti dell’Atlantico e del Pacifico.
Il Guatemala è abitato prevalentemente da popolazioni discendenti dai maya, che da sempre hanno lottato contro il feroce sfruttamento imposto per secoli prima dagli spagnoli e, poi, dalle multinazionali, come la tristemente nota UNITED FRUIT COMPANY . Il paese subì un golpe militare nel 1954, prima operazione ammessa ufficialmente dalla CIA in America Latina. Causa del golpe fu la riforma agraria, voluta dal presidente Arbenz nel 1952, che prevedeva la distribuzione di terre incolte ai contadini. Da quel momento in poi il paese è stato governato da giunte militari che hanno favorito i grandi profitti di una decina di famiglie e, soprattutto, delle multinazionali straniere, prima fra tutte la Ciquita-banane. Tutto questo ha scatenato una trentennale guerra civile che ha portato a una feroce repressione della popolazione maya con arresti, sparizioni, torture e devastazione di villaggi, come denunciò Rigoberta Menchù, Nobel per la pace e ospite a un nostro convegno, nel libro “Mi chiamo Rigoberta Menchù”. L’ONU ha calcolato che ci siano state più di duecentomila vittime civili nei trent’anni di guerra civile, conclusasi con gli accordi del 1996 che però non portarono a una vera e propria pacificazione.
Il 24 aprile del 1998, il vescovo ausiliare di Città del Guatemala, monsignor JUAN GERARDI, pubblicò “GUATEMALA: NUNCA MAS”, un documento in quattro volumi che, dopo anni di ricerche, raccoglieva la storia di migliaia e migliaia di vittime (più di cinquemila), riportando le testimonianze dei sopravvissuti e indicando chiaramente i mandanti. Esattamente 48 ore dopo la presentazione ufficiale di questo lavoro, mons. Gerardi fu assassinato nella canonica dove abitava. Nella cattedrale abbiamo visitato con commozione la sua tomba. Molto interessante è stata anche la visita all’ODHAG, Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovado del Guatemala, all’interno del quale ha sede il Centro de la Memoria Monsenor Juan Gerardi. Il principio ispiratore di tutto il lavoro di documentazione, che tutt’ora prosegue, è stato quello del recupero della memoria del popolo, condizione necessaria per la costruzione di un paese diverso: queste, in sintesi, le parole di Gerardi. Il suo assassinio, dovuto proprio all’azione di ricostruzione e mantenimento della memoria, e l’assassinio di migliaia di animatori parrocchiali, catechisti, responsabili dei diritti umani nelle comunità non è stato sufficiente per liberare la Chiesa da connivenze e ambiguità tutt’ora presenti, ma è stata e resta una testimonianza fondamentale per molti.
Prima di continuare, rivolgiamo una parola di affetto e riconoscenza a Dino e Silvana che per primi ci hanno fatto amare e conoscere questo paese con la sua storia millenaria, i suoi colori meravigliosi, le sue sofferenze. Tramite di questo incontro è stata la relazione con p. Clemente Peneleu, prete di etnia maya e referente delle nostre operazioni, e i contatti con le persone che condividono il suo lavoro con la gente. Ricordiamo che la Rete ha sostenuto varie operazioni in Guatemala sia a livello veronese che nazionale: per esempio dal 2004 era stato dato il via all’operazione “J. Gerardi” che sosteneva la coltivazione di alberi da frutto nelle zone rurali del Quiché.
Padre Clemente, che è stato presente anche ad alcuni dei nostri Convegni, vive e lavora tuttora nel Quichè, regione maya dell’ovest del Guatemala. E’ parroco di San Antonio Ilotenango e la sua parrocchia, molto estesa, è formata da piccole aldee (villaggi), collegate da strade impossibili. Siamo andati a visitare un paio di questi posti, dove le case poverissime sono fatte di mattoni di terra esiccata al sole. Le donne tessono stoffe, con grandi telai di legno, per confezionare i loro vestiti tradizionali (indossati sempre). A ridosso della casa, spesso si coltiva il mais in piccoli appezzamenti e si alleva qualche gallina.
Abbiamo fatto questo viaggio con tre amici di una parrocchia del veronese, anche loro con una lunga storia di amicizia e di collaborazione con il Guatemala. Siamo stati ospiti nella casa di padre Clemente: una casa povera, umida e gelida (anche se ai tropici, eravamo a 2000 m di altitudine), ma centro di incontri e di relazioni umane molto profonde. P. Clemente era giovane seminarista all’inizio degli anni ’80, quando gli squadroni della morte assassinarono, tra i molti, p. Francisco Rother, sua guida e suo carissimo amico. Fu proprio allora che Clemente decise di dedicarsi alla gente di quella regione. Anche lui è stato più volte minacciato di morte e costretto a temporanei esili in Messico a causa del suo impegno.
Nalla zona di San Antonio, negli anni del Covid, con la chiusura dei mercati di paese e le difficoltà a vendere o barattare i pochi generi commerciabili, i fragili sistemi economici delle aldee hanno subito un tracollo. Le persone e le iniziative si muovono tuttora in difficile equilibrio tra i servizi che l’amministrazione pubblica dovrebbe fornire e i limiti causati dalla corruzione, che è un gravissimo problema in Guatemala, e progetti avviati senza copertura economica adeguata. Comunque, grazie alla pastorale sociale e sanitaria della parrocchia di San Antonio:
– una trentina di donne lavora per produrre farmaci di erboristeria, secondo le conoscenze e le tradizioni locali maya; dopo un corso di formazione ora si sono rese autosufficienti;
– si cura la formazione di un gruppo di levatrici, che, a loro volta, possano fare promozione sociale e sanitaria presso le donne che incontrano;
– si sostengono le famiglie con piccoli prestiti. Questi sono stati indispensabili negli anni del Covid. Però, nel 2025, in occasione dell’anno giubilare, per decisione del consiglio pastorale, tutti i debiti contratti dalle famiglie sono stati cancellati.
– Si erogano piccole borse di studio a bambini e bambine in difficoltà
– ci sono poi aldee che hanno strade dissestate o impraticabili per mesi: anche in questi casi si cerca di intervenire portando generi alimentari e aiuti di vario tipo.
Con la parrocchia lavora anche Nicolasa Mendoza, donna forte e preparata, con grande capacità organizzativa (anche lei è stata, ospite di Dino e Silvana). Dal 2025 ha un contratto con la Municipalità. Lo stipendio che riceve è molto basso ma, con l’appoggio dell’amministrazione comunale, cosa non scontata, si occupa della violenza contro le donne. Ci diceva che molte bambine e ragazze tra i 10 e i 19 anni sono vittime di stupri, subiti sia in ambiente domestico sia all’esterno della famiglia. Grazie al lavoro di formazione e di informazione del suo ufficio (fanno interventi anche nelle scuole) e a una rete da lei coordinata, gli stupri che in tutto il territorio erano stati circa 300 nel 2024, sono scesi a 64 nel 2025.
Recentemente è stato anche possibile denunciare due uomini, cosa non facile, perché per paura o per vergogna le famiglie faticano a intraprendere azioni legali.
Di sera, Nicolasa segue altri progetti di formazione per la salute psicofisica e l’autonomia delle donne, per la valorizzazione delle conoscenze tradizionali, per incentivare le capacità di autosostentamento.
Iniziative simili, per l’autonomia familiare delle donne, sono partite anche nel paese di Totonicapan (a un ‘ora di auto da San Antonio). Thelma Gutierrez, amica di Nicolasa e di Clemente con altre due donne, Celina e Angelica ha fondato nel 2019 la cooperativa De Mujer a mujer, (Da donna a donna). Thelma e le sue compagne vanno a incontrare personalmente le donne contadine dei villaggi. Così, attraverso legami diretti di conoscenza e amicizia, le guidano a un’autonomia prima impensabile, perché lavorare il campo, tenere la casa, accudire i figli non dà nessuna possibilità di cambiamento. Invece, attraverso piccoli prestiti di microcredito (spesso bastano 100 quetzales, equivalenti a 14 euro), preceduti da corsi di formazione adeguati, le donne possono acquistare un po’di sementi, o qualche gallina. E’ l’inizio di un percorso fatto di dignità e di autonomia. Questo progetto coinvolge attualmente trecento donne e sta portando a cambiamenti molto significativi nelle rispettive famiglie, in particolare nel rapporto uomo-donna.
La rete di Verona ha già dato un primo sostegno a questo progetto che, per l’importanza della sua ricaduta sarebbe da valorizzare maggiormente. Ne potremo riparlare.
Nella seconda parte del viaggio abbiamo attraversato il paese con un viaggio di più giorni visitando due bellissimi laghi vulcanici, e Tikal, splendido sito maya, protetto per secoli dalla incredibile foresta tropicale.
Di tutto questo e, soprattutto, dei nostri contatti saremo felici di riparlare con voi.
TRA VIOLENZA STRUTTURALE/CULTURALE (neocolonialismo) E REPRESSIONE DI OGNI FORMA DI DISSENSO: IL TRAMONTO DELLA DEMOCRAZIA
L’inganno
I tiranni, prima o poi, vengono buttati giù dai loro troni (Luca 1, 52). Ma ci sono tiranni che, a causa dell’applicazione formale del dettato democratico, si mascherano da “salvatori”. Più difficile – perché supportati dal consenso di gran parte della popolazione attraverso la manipolazione mediatica populista – far cadere costoro, quando anche le autorità religiose sono incapaci di denunciare – per interessi economici o etici – l’inganno e la deriva conseguente dell’intera società.
Nel primo decennio del secolo scorso il grande Leone Tolstoj preannunciava e metteva in guardia contro l’inganno: «La violenza dei governanti sui governati non è una violenza diretta, immediata di un uomo forte su un debole o della maggioranza sulla minoranza, dei cento sui venti etc. La violenza dei governanti si mantiene, come solo può mantenersi la violenza di una minoranza sulla maggioranza, sull’inganno, un inganno congegnato molto tempo fa da gente svelta e furba, per cui il popolo, per un profitto piccolo, ma evidente ed immediato, si priva di profitti più grandi ed anche della libertà e soggiace alle più terribili sofferenze»1.
Svolta autoritaria e repressione
Nell’omelia del 16 settembre 1979 mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador (El Salvador) affermava: «La repressione che vuole annientare i gruppi organizzati fa molto male, perché l’organizzazione è un diritto umano che nessuno può violare. Le rivendicazioni che portano avanti queste organizzazioni, quando sono giuste, devono essere ascoltate. Organizzarsi è un diritto e in certi momenti, come oggi, è un dovere. Perché le rivendicazioni sociali e politiche non devono essere di uomini isolati, ma la forza di un popolo che acclama unito per i suoi giusti diritti. Il peccato non è organizzarsi. Il peccato, per un cristiano, è perdere la prospettiva di Dio»2.
Quando si parla di repressione del dissenso, per una persona che vive nel mondo occidentale (il mondo delle democrazie liberali: Usa, Canada, Europa) il riferimento sono i regimi considerati totalitari (inclusa la Russia) che imprigionano i dissidenti, li torturano o li eliminano con sistemi brutali. Tuttavia, il dissenso politico, talvolta unito a quello religioso, è stato mal tollerato e spesso represso anche nelle nostre democrazie. Basti pensare alla storia delle Americhe (Stati Uniti e America Latina), alla storia degli Stati coloniali europei, anche dopo la fondazione dell’ONU e la Dichiarazione universale dei diritti umani (10 dicembre 1948). Caso emblematico, tragicamente tale, l’occupazione di territori e l’apartheid praticato da Israele nei confronti dei Palestinesi.
In Italia, nonostante la Costituzione, nata dalla resistenza e dalla lotta di liberazione dal nazifascismo, abbiamo visto reprimere nel sangue scioperi di lavoratori e lavoratrici, con la forza poliziesca manifestazioni pacifiche, incarcerare militanti nonviolenti/e (per es. G8 di Genova e es. NoTav).
La Sardegna: tra neocolonialismo e repressione
In Sardegna è presente oltre il 60% delle servitù militari italiane: basi militari e poligoni di tiro interforze; dal 21 agosto 1972 al 25 gennaio 2008 è stata attiva la base militare americana con sottomarini a testate nucleari nell’isola La Maddalena – Santo Stefano. Il territorio sardo è diventato il luogo dove si sperimentano nuove armi e gli eserciti si preparano a fare la guerra. Tutti gli anni gli eserciti della NATO sequestrano agli abitanti dell’Isola gran parte di territori (oltre le basi) per le esercitazioni militari per mare per cielo e per terra. Molti cittadini e cittadine da decenni portano avanti una lotta pacifica contro la destinazione bellica dell’Isola che, posta al centro del Mediterraneo, rivendica un ruolo di collaborazione e di pace con gli altri popoli che si affacciano sulle sue sponde.
La presenza, inoltre, della RWM – Rheinmetall, fabbrica di bombe tedesca dislocata nel Sulcis – Iglesiente – ora anche di proiettili e droni killer -, è oggetto di una campagna contro l’ampliamento della medesima (STOP RWM) e per la riconversione della fabbrica a usi civili (Comitato Riconversione RWM). Lo Stato italiano ha scatenato tutta la sua forza repressiva nei confronti militanti dei movimenti che lottano contro la colonizzazione militare, e attualmente anche contro quella energetica, attraverso alcune operazioni poliziesche: “Arcadia” (2006) (con arresti di 10 persone e altre 8 portate a processo tra i 54 indagati; “Lince” relativa a un’indagine svoltasi tra il 2015 e il 2019 che ha coinvolto una cinquantina di persone, appartenenti a diversi movimenti attivi contro il militarismo e l’occupazione militare della Sardegna, con accuse quali “associazione con finalità di terrorismo”.
Infine, così hanno annunciato il 21 novembre 2025 l’Ansa e l’Unione Sarda l’“Operazione Maistrali”: «Cortei violenti in Sardegna, indagati 36 anarco insurrezionalisti. Per dieci l’accusa di associazione con finalità di terrorismo». Contro questa criminalizzazione lottano le “Madri Contro la repressione-Contro l’operazione Lince”, il Cagliari Socialforum e l’insieme delle associazioni ambientaliste e pacifiste: «Questa operazione repressiva dopo “Arcadia” e “Lince”, pretende di fermare e soffocare i movimenti di lotta e di protesta ammucchiando incoerentemente fatti, circostanze e luoghi diversi il cui legame, questo sì, è il rifiuto della miseria, dell’espropriazione e della devastazione dei nostri territori con basi militari, esercitazioni, industrializzazioni tossiche e fallimentari, carceri speciali, CPR, fabbriche di bombe e turistizzazione forzata»3.
L’approvazione del Decreto Legge sulla sicurezza (Decreto Legge 11 aprile 2025, n. 48 è stato convertito in Legge 9 giugno 2025, n. 80.), ha introdotto 14 nuovi reati, aggravato le pene contro manifestanti inermi, rafforzato le tutele per le forze dell’ordine.
Dopo il 7 Ottobre 2023
Dopo l’attacco condotto il 7 ottobre 2023 dal braccio armato di Hamas contro l’IDF, e la guerra genocida scatenata dal governo israeliano nella Striscia di Gaza, in America e in Europa sono scattati meccanismi di repressione delle manifestazioni in favore della Palestina, con il divieto in alcuni paesi di esporre la bandiera palestinese o indossare simboli della Palestina, col pretesto dell’antisemitismo.
Nel Regno Unito è stata dichiarata vietata l’organizzazione Palestine Action, gruppo che pratica la disobbedienza civile, otto esponenti del quale si trovano in carcere e stanno conducendo uno sciopero della fame. Il motivo dell’arresto: la denuncia dei legami tra Londra e Israele per quanto accaduto nella Striscia di Gaza. L’arresto dell’attivista svedese Greta Thunberg durante una manifestazione pro Palestina a Londra per un cartello con scritto: “Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”.
Anche in Italia, alcune manifestazioni di solidarietà con la Palestina sono state represse con il lancio di lacrimogeni e l’utilizzo di idranti, come a Cagliari4, e durante le manifestazioni contro gli sgombri dei Centri Sociali, l’ultimo del centro sociale Askatasunaa Torino. Il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin firmato dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il 24 novembre 2025 e il successivo trasferimento al CPR di Caltanisetta, si è rivelato un atto repressivo del tutto ingiustificato. La svolta autoritaria è in atto, supportata dalla propaganda governativa, dall’inganno mediatico e dalla incapacità dell’opposizione a contrastarla.
Presidio quotidiano per la Palestina, piazza Yenne – Cagliari
Mentre scrivo la circolare è apparsa sul web la notizia dell’arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell’“Associazione Palestinesi d’Italia” e di altre 8 persone, con l’accusa di “terrorismo e finanziamenti ad Hamas”.
Attacco alla libertà di manifestazione del pensiero
Il 19 dicembre presso la Casa del Popolo Rosa Luxemburg, sede dell’assemblea cagliaritana di Potere al Popolo, si è tenuto un incontro-dibattito sulle iniziative legislative (attualmente nel numero di 5) presentate col pretesto della lotta all’antisemitismo: «Fuoco incrociato sull’antisionismo. Come difendere la libertà di manifestazione del pensiero?». La professoressa Francesca Pubusa, docente di diritto amministrativo presso l’Università di Cagliari, si è soffermata in particolare su due, fornendone un’analisi comparativa, quella di Gasparri (governo) e quella di Del Rio (opposizione), che si basano sulla definizione di antisemitismo propagandata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). In realtà il documento dell’HIRA, ha affermato la professoressa, si propone uno scopo culturale: mantenere la memoria della Shoah soprattutto negli ambienti educativi. Non ha nessun senso farne una proposta di legge. La Costituzione italiana (articoli 3, 6, 8, 19, 20) contiene già in sé norme fondamentali che, se applicate, contrastano ogni forma di razzismo, antisemitismo e islamofobia.
L’intento principale di queste proposte è far tacere ogni critica verso Israele, intimorire e fermare l’onda di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. Seguendo il dettato costituzionale, difenderemo la libertà di manifestare esercitandola e non facendoci intimorire.5
Kairos Palestine II
Durante la discussione ho letto alcuni passi del documentoKairos Palestine II – «Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio». Il documento, a cura dei rappresentanti di tutte le Chiese cristiane di Palestina,è statopresentato il 14 novembre a Betlemme. Molto chiari alcuni passi su antisemitismo/antisionismo: «Rifiutiamo l’oppressione e l’ingiustizia prodotte dalla teologia del razzismo, del colonialismo e della supremazia etnica incarnata dal sionismo cristiano, unateologia che ha prodotto l’apartheid, la pulizia etnica e il genocidio delle popolazioniindigene …» (3.7).
«Condanniamo tutti coloro che sfruttano e sostengono l’accusa di antisemitismo per mettere a tacere la voce palestinese della verità. Respingiamo ogni tentativo diconfondere l’antisemitismo con l’opposizione all’apartheid e con la pressione esercitata affinché Israele sia chiamato a rispondere delle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale […] L’uso improprio del termine antisemitismo distorce e oscura la realtà del vero antisemitismo che ancora esiste nel nostro mondo e che condanniamo con forza insieme a tutte le forme di razzismo, esclusione epregiudizio, compresa l’islamofobia. L’ideologia sionista sostiene di rappresentare e proteggere il popolo ebraico, ma così facendo ha confuso “ebreo” e “sionista” come se fossero la stessa cosa. Non tutti gli ebrei sono sionisti e non tutti i sionisti sono ebrei. Questa confusione ha arrecato un grave danno al giudaismo stesso e alla sua immagine in tutto il mondo» (3.8).
La speranza
Mentre Israele continua nella sua opera di negazione dei diritti umani, minacciando l’espulsione delle ONG che operano nella Striscia di Gaza, tra le quali anche la Caritas Internationalis e Caritas Jerusalem, sosteniamo l’invito rivolto ai/alle giovani di Palestina a nutrire la speranza (in Kairos Palestine II): «In un momento in cui la resistenza palestinese e i movimenti di solidarietà globale vengono criminalizzati, ribadiamo il diritto di tutti i popoli colonizzati di resistere ai propri colonizzatori […]» (2.4). «Questo è ciò che diciamo ai nostri giovani e alle nostre giovani: voi siete la Chiesa viva; voi siete il tesoro della speranza. Il futuro nasce dalla vostra perseveranza e dalla vostra fede. Crediamo in voi. Vediamo la vostra rabbia, il vostro dolore, la vostra paura. Vediamo anche la vostra forza. […] Non vi chiamiamo a un ottimismo ingenuo, ma a una speranza radicata nell’azione. La speranza non è resa. La speranza è un atto vivente di resistenza — un rifiuto fermo della realtà di morte imposta su di noi, un affrontare e resistere a ogni forma di ingiustizia e occupazione» (2.11).
Mentre chiudo la scrittura della circolare, la notizia dell’attacco terroristico degli Stati Uniti contro il Venezuela con la cattura del presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores: ancora una volta quello statunitense mostra di essere il governo più pericoloso per la pace mondiale.
5 Vedi gli innumerevoli presidi periodici per la pace in tante città italiane e alcuni presidi giornalieri in solidarietà con la Palestina e i popoli oppressi nel mondo come a Milano (da oltre 6 mesi) e a Cagliari (da oltre 2 mesi). Sulla diffusione dei presidi si può consultare la mappa in https://www.pressenza.com/it/2025/12/mappa-pacifismo-in-italia/ .
Ho vissuto in un paesino della Patagonia Argentina per quasi un mese, tra ottobre e novembre di quest’anno. Dico “vissuto”, perché mi rendo conto che più che un viaggio è stata una permanenza. Ho condiviso un po’ della vita di Viviana e di P.Josè Maria, che, nella parrocchia di Loncopué incarnano una Chiesa popolare, dalla parte degli ultimi e degli oppressi 1, ma ho condiviso anche un po’ della vita di altre persone che si impegnano con loro e di altre ancora che semplicemente mi hanno offerto amicizia, attenzione e cura (come l’indimenticabile Betty). Ora mi rendo conto che la lentezza e la quotidianità mi hano permesso di conoscere ed assaporare le cose più in profondità. Era quello che intuitivamente desideravo, insieme al bisogno di allontanarmi da questo pesante mondo occidentale e provare a vedere se c’era un’altra prospettiva, un’altra angolatura.
Nei primi giorni c’erano anche Fernanda (rete di Spresiano), Claudio, Lucia ed Annalisa (che poi hanno proseguito il loro viaggio per altre mete). Giorni di grande fermento nel Paese per le elezioni legislative, che a sorpresa hanno visto raddoppiare i consensi per l’attuale governo Milei, nonostante le continue manifestazioni di protesta per le strade. Comprensibile lo scoramento dei nostri amici e di chi ha visto sgretolarsi anni di impegno sociale con la gente che non ha maturato una coscienza politica e si è fatta irretire dalla narrazione (supportata da media e social filogovernativi, tanto che l’influencer Caputo è stato premiato come “superministro”) di un’Argentina preda di uno Stato assistenziale sanguisuga e vittima della corruzione della sinistra peronista; dal miraggio di lavoro e benessere generato dalle privatizzazioni e dallo sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Ma credo che molto abbia pesato anche il ricatto di Trump nel dirigere il voto e nella formazione di alleanze sottobanco tra governo e partiti locali, tanto che molti si sentivano traditi perché pensavano di non aver votato per Milei. Scoramento, delusione e presagio di aumento della repressione delle proteste e dei movimenti popolari ed indigeni. Da parte di una destra estrema che sta imperversando in America del Sud (ora anche in Cile con la vittoria di Kast, che si ispira apertamente a Pinochet) e non solo. “Siamo intrappolati tra una sinistra impotente, che non ha saputo mantenere le sue promesse ,ed una destra frenetica” afferma Raquel Gutierrez Aguilar2, sociologa ed attivista, riferimento dei movimenti popolari, che invita ad una profonda riflessione, senza aver paura di fare il gioco delle destre, per comprendere come si è arrivati a questo punto, non per autoflagellarsi ma per intraprendere, dal basso, la strada per il cambiamento.
Viviana mi dice che in questo contesto trova interessante e da approfondire il pensiero di Arturo Escobar. Nel suo nuovo lavoro “Relacionalidad- Una politica emergente de la vida mas alla de lo humano”3, l’antropologo colombiano propone una visione della vita che, partendo dalla realtà culturale ed antropologica latinoamericana esca completamente dall’individualismo e dualismo antropocentrico occidentale e dal suo modello di vita estrattivista, individualista e capitalista, che sta distruggendo il futuro dell’Uomo e della Terra, verso una comprensione ed una pratica basata sull’interconnessione e interdipendenza di tutte le forme di vita. Relazionalità come strumento per affrontare le crisi ambientali, economiche e sociali, unione di spiritualità e materialità, riconnessione degli esseri viventi, attivismo e lavoro dal basso come portatore di relazionalità. Scommettere sull’umanità e sulle persone che giorno dopo giorno, connesse ad altre per amore, disegnano e costruiscono il futuro, un futuro che nonostante tutto può essere “radicalmente libero e pieno di possibilità”. Questa è la sfida e l’orizzonte proposto.
Dico a Viviana che anche noi abbiamo intrapreso un tentativo di lettura, di narrazione e di prospettiva diversa dal modello in cui viviamo, in particolare dal Convegno nazionale 2023 “ Da padroni ad ospiti della Terra”.
Insieme a lei (che è una donna di grandi ideali e completamente dedita all’impegno per un mondo diverso), ho partecipato ad un incontro del nodo argentino di “Iglesia y Mineria”, un gruppo di persone, che insieme ad altre di America del Sud e del Caribe, ormai da anni lottano e rischiano per la difesa dell’ambiente contro il modello estrattivista minerario, violento e predatorio. Mi ascoltano con gentilezza ma non posso non sentirmi parte di un mondo che sfrutta queste terre a discapito della salute della gente e del pianeta. Mi fanno notare che anche la pretesa transizione energetica europea ad oggi è fatta sulle spalle di quella parte di mondo. Infatti, seguendo anche la fitta agenda di Gustavo Gomez (infaticabile nella sua attività), mi rendo conto delle tante lotte che la gente (specialmente le comunità indigene) è costretta a sostenere per difendere l’aria, l’acqua, la terra, dall’attività mineraria predatoria di multinazionali estere in cerca di terre rare.
Le parole di Viviana e di Pedro, il Lonko (capo) della comunità Mapuche “Mellao Morales”, mi ricordano la lotta che anni fa la comunità e la gente di Loncopuè ha dovuto sostenere per fermare l’impianto di una miniera di rame a cielo aperto. Allora la vittoria (anche grazie al nostro contributo) fu possibile con un referendum comunale e sancita da una grande festa paesana. Ma ora che succederà con la violenta politica estrattivista del governo? Trascorriamo una giornata fredda e ventosa nella steppa patagonica con la comunità, che ci accoglie sotto un albero attorno al fuoco con un capretto-asado e con canti tradizionali.
Sono varie le comunità Mapuche che ho visitato. Un po’ per tutte il problema odierno è quello del recupero delle terre ancestrali. In pratica si tratta di presentare al governo una relazione storica ed una tecnica comprendente la misurazione delle terre da recuperare. Ed è nel territorio della comunità Millain Currical che una sera tardi, dopo ore di attesa da parte nostra, vediamo arrivare un gruppo di uomini a cavallo. Si salutano abbracciandosi con grande commozione: hanno cavalcato al freddo e al vento per molte ore, affrontando anche l’ingiusta ira e le minacce di un proprietario. Tra di loro c’è German, il giovane avvocato che da anni e quasi solo a titolo di volontariato segue la gente nella difesa del diritto alla terra. E’ stanco ma contento e determinato a continuare il suo lavoro. Lo salutiamo che è già notte, ma egli deve ancora fare 120 Km per raggiungere Zapala, la sua città.
Il giorno dopo e di buon mattino lo rivediamo a Junin de los Andes, dove mensilmente le comunità indigene Mapuche, Tewelche ed altre, della Patagonia argentina e cilena si riuniscono per vivere due giorni di spiritualità. Mentre ci avviciniamo al Vulcano Lanin, Margarida, la mia compagna di viaggio Mapuche, intona un canto ed una preghiera per chiedere al vulcano di poterlo avvicinare con rispetto. Il loro legame con Dio e con gli elementi della natura, da lui creata, è fortissimo, quasi viscerale, come il bisogno di pregare a lungo. Anche la Messa che viene celebrata nella Chiesa dei salesiani, gremita di gente, è molto partecipata ed animata dalle comunità indigene, in lingua spagnola ed indigena (Mapudungun)
A Ruca Choroi, tra le meravigliose foreste andine di araucarie, incontriamo una donna Mapuche che coordina il laboratorio artigianale, con il quale le donne della comunità stanno cercando di costruire una propria autonomia economica, progettando una cooperativa. Interessante sapere che in questo territorio c’è un ospedale “interculturale”, dove è possibile curarsi sia con la medicina di tipo occidentale che con la medicina indigena.
In un assolato pomeriggio di fine novembre con la vecchia camionetta dell’Hermana Ana e con Teresa, percorriamo una delle tante complicate strade sterrate della Patagonia, arrivando nella contrada di Cajon de Almaza. Da circa due anni 4 nella cappella si riunisce un piccolo gruppo di donne campesine criolle, che ogni venerdì si incontra per fare insieme dei piccoli lavori artigianali. Parlandomi della loro vita, fatta di duro lavoro e condizioni difficili, mi dicono: “Questo però è uno spazio tutto per noi”. Uno spazio che ha permesso loro di rompere l’isolamento esistenziale e logistico in un sistema ancora patriarcale. Prima non si conoscevano né frequentavano. Ora si rispettano, hanno cura l’una dell’altra e provano soddisfazione in piccoli lavori artigianali, che sperano cominci ad essere anche una piccola fonte di reddito. Il pomeriggio finisce con una preghiera comune che comprende anche un’orazione per la Pace nel mondo e perché finisca il genocidio del popolo Palestinese. “È importante che si aprano anche al mondo”, commenta Ana.
Ana è una persona incredibile: una religiosa che ha dedicato la sua vita agli ultimi ed alla difesa dell’ambiente, senza perdere l’ottimismo, l’energia, lo spirito critico, la combattività e la libertà del suo carattere (tra l’altro mi racconta che durante la dittatura elle si trovava nella città operaia di Rosario, dove i militari arrivarono a vietare persino la recita del Magnificat…). Anche Teresa mi stupisce perché ha una vita personale complicata ma è completamente dedita agli altri e mantiene un alto senso della Giustizia sociale. Con loro e con Viviana ci ritroviamo l’ultimo pomeriggio a prendere un thè. Momenti semplici di gioia che ci fanno ritrovare “sorelle”, nonostante la distanza fisica che da lì a poco ci separerà.
Maria Rita Vella (Rete di Noto, Avola, Modica)
1 referenti dell’operazione “ condividendo la vita insieme al popolo Mapuche e Campesino a partire dallo Spirito che ci unisce”
Qui Abidjan, Costa d’Avorio: lunga vita agli sposi!
Giovedì 28 Agosto 2025 ore 9.30.
Noi donne entriamo nella grande moschea da una porta laterale che immette sul fondo dove ci aspettano sedie allineate su tappeti , gli uomini sono davanti a noi ma lontani, ci separano colonne sulle quali grandi orologi orientano in tutto il mondo. Della cerimonia vediamo poco e capiamo niente solo dopo sapremo che Franco era seduto al fianco dello sposo. Caterina è a fianco della mamma dello sposo in prima fila ed Ilaria siede dietro vicina alle sorelle.
Indossiamo abiti magnifici che lo sposo ha comprato per noi al mercato, dove siamo andati tutti insieme nei giorni precedenti, per poi passare in sartoria per le modifiche, mercato che è in sé una caotica città dove gli ospiti sono riusciti a non perderci solo perché eravamo di un altro colore. Una delle giornate precedenti è trascorsa in casa per l’acconciatura di Ilaria, un’altra per i disegni sulle mani ed un’altra per le misure dell’altro abito, quello per la danza. Ed ogni rito si compie insieme ad un pezzo della famiglia composta da persone ferme e dignitose come Adama, Adama che si sposa con Bintu.
Abidjan conta dieci milioni di abitanti e sta crescendo, ogni spostamento è un lungo viaggio nel tempo tra case stile coloniale, gli immensi quartieri della gente più semplice, palazzine ed il grande centro con grattacieli modernissimi e strade a parabolica. Da qualche parte c’è il mare che in questi giorni non vedremo ma pranzeremo sulla spiaggia di quella che chiamano la “laguna” di acqua dolce che abbraccia la città. Un pranzo da cartolina per l’immaginario esotico con piedi sulla sabbia e veranda sull’acqua. Il polmone vitale della città è la foresta equatoriale del parco urbano “il Banco”, secondo del pianeta, 80km. di piste -ci si è perso un belga per tre giorni- senza rete telefonica al suo interno, incredibile trovarcisi dentro e tornare a uscire nello smog di un traffico ingestibile.
Il nostro è un appartamento spazioso nella palazzina che Adama ha realizzato lavorando in Europa e che affitta; il quartiere periferico abitato da artigiani e pastori è stato tagliato a metà dalla superstrada di raccordo anulare, le mucche continuano il loro pascolo fermandosi sul ciglio di quella sconosciuta striscia di asfalto ai cui bordi continua a pulsare la vita reale che scegliamo di vivere negli acquisti, nelle passeggiate, nelle relazioni possibili.
Scegliamo le frittelle a bordo strada, le brioche della pasticceria ma anche il grande centro commerciale perché manca un asciugacapelli, scegliamo il manufatto del sarto che tesse con telaio in legno ed il caffè espresso al baretto con tettoia. Franco si allena correndo lungo la grande strada e tutti salutano il bianco con la barba bianca .
La mamma di Adama si rammarica di non poter comunicare in nessun idioma e prega, prega benedicendoci, con le altre donne a volte si esprime con la danza nella quale veniamo inglobati.
A casa riceviamo continuamente persone, improvvisiamo piatti italiani. Il banchetto di nozze è semplice ma molto raffinato, il piatto della tradizione con pollo ed atcheke servito sotto gazebo con tovaglie bianche e piatti di ceramica, noi offriamo confetti. Tantissimi volti attorno, ci dicono che in un altra zona del quartiere viene servito cibo a chiunque passi.
In centro la modernissima ed immensa cattedrale di st. Paul è costruita in continuità con un ponte sospeso il cui pilone richiama il campanile, la visitiamo, è vuota. Fuori città, nella capitale amministrativa Yomossoukro, si erge la strabiliante “gemella” di san Pietro voluta dal presidente Gbagbo a costi esorbitanti e scandalosamente inaugurata da un papa.
Tutto si impasta nel nostro essere accompagnati, nel muoverci e nello stare, sempre e comunque da Adama, lo sposo che ha invitato la sua famiglia italiana e l’ha accolta a casa.
Nessuno ci farà mai sentire “bianchi” perché Adama ben conosce cosa sia l’essere “gli altri” in terra straniera.
Noi abbiamo provato a fare il poco possibile per attutire l’impatto di quello che il mondo “occidentale” gli ha imposto dopo lo sbarco: dalla gestione degli smistamenti alle accoglienze coatte, dai passaggi in questura allo sfruttamento lavorativo, dagli incidenti sul lavoro ad una causa -vinta-, da un’assunzione ad una bella carriera atletica, da un letto in casa “per un progetto” ad un letto permanente in casa.
Nessuno ha voglia in questi giorni di voltarsi indietro -2012- non vogliamo rischiare di impietrirci in sale… sale di acqua di mare verso Lampedusa … (siamo molto stanchi e nauseati dal ripetersi dei racconti di chi non ha vissuto le storie).
Giovedì 28 Agosto, in Abidjan, nella moschea di Youpoungon si sono sposati Bintu e Adama , noi siamo andati e tornati con un aereo ed i documenti a posto, anche Adama adesso viene e torna con un aereo ed i documenti a posto.
In mezzo c’è la vita vera che è fatta di ben poca teoria ed un procedere per tentativi.
E proprio perché questa è vita vera: LUNGA VITA AGLI SPOSI!!!
Da Quiliano famiglia Agosto, la famiglia italiana di accoglienza di Adama: accoglienza di un dono.
Appello per la ventiquattresima Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico del 27 ottobre 2025 / APPEAL FOR THE DAY OF CHRISTIAN-ISLAMIC DIALOGUE / Appel pour la 24ème journée œcuménique du dialogue islamo-chrétien du 27 octobre 2025
Comitato promotore nazionale della Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico
«L’orrore e il dolore che ci sovrastano in questi tempi nefasti, nei quali il profitto prevale sulla giustizia, la guerra sulla pace», scrivemmo nell’appello per la XXIII Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico. Questo orrore e questo dolore ancora irrompono nelle nostre vite.
Noi credenti nel Dio Clemente e Misericordioso (Corano, Sura Al-Fâtiha) e nel Dio Amore (1 Lettera di Giovanni 4,7) non possiamo arrenderci di fronte alla deriva attuale dell’umanità. Il mondo sta perdendo l’umanità; insieme vogliamo cercare di recuperarla. Agendo non solo per la cessazione delle guerre ma anche perché tutte e tutti abbiano cibo a sufficienza, un lavoro, una casa. Non restando schiavi delle nuove tecnologie escludenti, ma consapevoli dei limiti e dei rischi.
Questa ricerca può accomunarci a tutte le persone di buona volontà che praticano la giustizia e l’amore. Il digiuno, che è un valore delle nostre tradizioni, ci richiama alla sobrietà, alla condivisione, a un uso intelligente delle risorse, a vedere la persona nella sua totalità di corpo e spirito.
Il Dio in cui crediamo è il Dio della Pace: siamo tutti e tutte figli e figlie di Abramo, nostro padre nella fede. Il dolore che proviamo per ciò che subiscono la popolazione di Gaza e le altre popolazioni devastate dalle guerre deve spingerci sempre più a ripudiare la guerra, a liberare le nostre religioni, e tutte le culture autenticamente umane, dalla connivenza coi sistemi di dominio basati sulla forza delle armi, a liberare il nome di Dio da ogni compromissione con la violenza.
In particolare, come cristiani/e musulmani/e, dobbiamo avere il coraggio di continuare a camminare sulla via della “fratellanza” e della “sorellanza” tra credenti (cfr. Documento sulla fratellanzaumana, per la pace mondiale e la convivenza comune), ma anche con tutte le persone che sognano un’unica famiglia umana in un arcobaleno di culture, nel rispetto e nella ricchezza delle differenze.
Vogliamo continuare a credere possibile la pace nella giustizia, a partire dal superamento del conflitto israelo-palestinese. Ribadiamo: «Sentiamo di non poterci più ritenere credenti se non ci lasciamo «…guidare sulla via della Pace» (Corano, Sura Al-Mâ’idah), se non sapremo dire «Pace a voi!» (Vangelo di Luca 24,26), se non faremo prevalere l’impegno concreto sull’indifferenza di molti» (Appello XXIII Giornata). Adoperiamoci per porre fine alla spirale di violenza che si ritorce su sé stessa e per accogliere i semi di riconciliazione presenti tra palestinesi e israeliani, come l’esperienza di vita di Neve Shalom Wahat Al-Salam e l’impegno delle associazioni Parent Circle –Families Forum e Combatants for Peace.
Il Dio della Pace guidi i nostri passi perché possiamo contribuire alla costruzione di una società nella quale sia bandita ogni forma di violenza e di odio mettendo al centro la dignità di ogni essere vivente e la salvaguardia del creato.
Anche quest’anno invitiamo a organizzare incontri e riflessioni in occasione della Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico del 27 ottobre, per costruire insieme, attraverso la conoscenza reciproca e il dialogo, la vera pace. Per esprimere adesioni e comunicare l’organizzazione di eventi scrivere a: redazione@ildialogo.org
Comitato promotore nazionale della Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico
In tempi come questi, in cui la morte entra quotidianamente nelle nostre case attraverso le immagini strazianti dai fronti di guerra, sempre più estesi, potrebbe sembrare del tutto fuori luogo affrontare un tema come quello del “fine vita”. Non a caso, quando l’associazione “Viandanti” aveva chiesto alla Rete Radié Resch di promuovere insieme un forum su questo tema, avevamo risposto che per la maggior parte dei nostri amici del Sud del mondo porsi il problema del “fine vita” suona quasi come un’amara ironia, visto che in molte parti della Terra la vita è spesso talmente precaria, che la morte è una presenza fin troppo presente, a causa di guerre, fame, violenza, povertà, malattie…
Tuttavia, il tema del “fine vita” è tutt’altro che secondario in questo momento in Italia, data la presenza di un governo che non ha il coraggio né il pudore di alzare la voce contro Netanyahu, che da anni massacra con mostruosa ferocia decine di migliaia di palestinesi, ma allo stesso tempo predica la “sacralità della vita” e nega a persone afflitte da dolori insopportabili la possibilità di porre fine alla loro angoscia. Le forze politiche che formano il governo italiano attuale sono le stesse che lasciano morire in mare migliaia di migranti, respingono brutalmente ai confini moltitudini di disperati che fuggono da guerre, carestie e violenze, affidano il “lavoro sporco” di fermare i migranti alla crudeltà di apparati libici che torturano, violentano, uccidono. In tutti questi casi, evidentemente, la vita non è “sacra”; lo è solo quando, in modo strumentale ed ipocrita, si parla di aborto e di eutanasia.
La legge in materia di “fine vita” che le destre di governo hanno intenzione di presentare in Parlamento, incalzate dalla Cassazione che da anni chiede all’Italia una legislazione all’altezza dei tempi e in linea con altri paesi civili, è per il momento una bozza, che però fa già intuire il sadismo che da sempre caratterizza i sostenitori della “vita ad ogni costo”. E’ trapelato, ad esempio, che la bozza contiene una norma per cui un’eventuale richiesta di eutanasia respinta dall’ apposita commissione etica non può essere ripresentata prima di 48 mesi (!), come se un malato terminale potesse attendere quattro anni per avere una risposta. La disumanità delle destre e dei cattolici integralisti si è mostrata in tutta la sua protervia nell’oscena campagna ai tempi di Eluana Englaro, oppure nei funerali religiosi negati a Piergiorgio Welby.
Ma è proprio sul versante cattolico che si stanno registrando delle novità. La posizione di Papa Francesco, ad esempio, è stata di apertura e di disponibilità al dibattito. Non è più il tempo dei “valori non negoziabili” di Papa Ratzinger, ma un’epoca in cui “la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo. Anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere, di operare sulla base della libera e aperta razionalità e dei valori costitutivi della persona e della società”. Queste parole di Papa Francesco, pronunciate nel 2016 in un incontro con il Comitato di Bioetica, sono state da lui ulteriormente chiarite l’anno dopo in un discorso all’Associazione Medica Mondiale e alla Pontificia Accademia per la Vita: “In seno alle società democratiche occorre trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise, tenendo conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza”.
Queste citazioni del papa sono state riportate, in un recente incontro pubblico, da Padre Carlo Casalone, gesuita, coordinatore della Sezione scientifica della Pontificia Accademia per la Vita, organismo che rappresenta la posizione ufficiale del Papa. Non sappiamo ancora quale sarà la posizione del nuovo Papa Leone XIV, ma intanto limitiamoci ad apprezzare le aperture di Papa Bergoglio.
Padre Casalone è intervenuto ad un forum promosso la primavera scorsa dall’Associazione Viandanti, anche in collaborazione con il Notiziario della Rete Radié Resch, “In Dialogo”. Il gesuita ha parlato di una Chiesa che non pretende di dire l’ultima parola in tema di “fine vita”, ma che “prende atto del pluralismo della società in cui viviamo e partecipa al dibattito pubblico, portando il proprio contributo di pensiero, le proprie idee di giustizia, di bene comune e di umanizzazione delle pratiche sociali”. Una Chiesa meno dogmatica e più umana.
Carlo Casalone ha ricordato che l’approccio di Papa Francesco al tema del “fine vita” è sintetizzabile in due aggettivi: “sinodale” e “poliedrico”. Sinodale significa “basato su una logica di ascolto e dialogo”, poliedrico significa “che prende atto del pluralismo della società in cui viviamo e delle posizioni presenti nel dibattito pubblico”. E “in questo dibattito la Chiesa non è al centro, ma è una delle tante facce di quel poliedro che è la società, nei cui confronti potrà interagire, così che dall’insieme dei vari approcci possa uscire qualcosa di positivo per la società stessa”.
Naturalmente tutto questo non significa che la Chiesa rinunci ad una propria posizione sull’argomento. A tal proposito, padre Casalone, che è anche medico, ha fatto una serie di riflessioni per inquadrare la visione cristiana su un tema che, negli ultimi decenni, si è posto in maniera molto diversa rispetto al passato, soprattutto a seguito dei grandi progressi della medicina, che hanno cambiato notevolmente il quadro di riferimento in materia. “La medicina di oggi guarisce sempre di meno e cura sempre di più” ha sintetizzato Casalone. Il criterio fondamentale su cui si basa la visione cristiana è “non uccidere e non uccidersi”. C’è tuttavia una differenza tra eutanasia (azione o omissione che per struttura propria e deliberata intenzione causa la morte di una persona, su sua richiesta, per eliminare la sofferenza) e suicidio assistito (aiuto medico e/o amministrativo portato a un soggetto che ha deciso di morire tramite suicidio e si autosomministra il farmaco letale). Sia l’una che l’altra sono considerate illecite dalla morale cristiana. Casalone ha però fatto alcune precisazioni. La vita, ha detto, è un valore fondamentale ma non assoluto. Troviamo questo concetto non solo nell’Enciclica “Evangelium Vitae” di Papa Giovanni Paolo II, ma nel Vangelo stesso, quando Gesù dice: “nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici”. Anche nel caso della legittima difesa può capitare che si tolga la vita all’ingiusto aggressore. E questo è sempre stato accettato dalla morale cristiana, perfino in guerra. Ed è debole la posizione di chi diceche la vita è dono di Dio e che quindi non è disponibile: “se uno ti fa un dono – ha detto Casalone – questo è affidato a te”. “Certo si tratta di non sprecarlo, facendone un uso arbitrario, ma di impiegarlo in sintonia con la logica del dono ricevuto”.
Tra etica e diritto c’è collegamento ma non immediata coincidenza, ha aggiunto il gesuita, per cui non è escluso che un cattolico dica: “io non intendo farlo, ma capisco che in una società pluralista si possa ammettere la possibilità del suicidio assistito e quindi sono a favore di una legge che lo regoli”. In altre parole “è lecito sospendere la terapia e lasciare che la morte accada quando i mezzi sono sproporzionati. Non si tratta di voler procurare la morte, ma si accetta di non poterla impedire”.
Al Forum di Viandanti in cui ha parlato padre Casalone è intervenuto anche il teologo cattolico svizzero Alberto Bondolfi, docente di Etica all’Università di Losanna, il quale fa parte del Comitato nazionale svizzero per la bioetica ed ha contribuito alla stesura della legge elvetica sul fine vita, attualmente la più avanzata e “aperta” in Europa.
Scriviamo a poche ore dalla fine del seminario sulle Afriche.
Siamo contente di tutto: di come siamo riuscite/i a organizzarlo, degli argomenti proposti dai relatori, di come sia stato possibile mettere insieme i vecchi della rete con qualche decina di giovani. Erano ragazzi italiani e no, ma tutti con una grande speranza, in attesa che anche noi più anziani convertiamo i nostri modi di pensare, di includere, di progettare la vita futura.
Oltre alle testimonianze filmate dalla Repubblica Centrafricana e dall’Etiopia, oltre alla musica, abbiamo ascoltato le storie di chi è arrivato qui, portando i suoi progetti di studio e di lavoro, i suoi sogni, la sua volontà di una vita dignitosa e autonoma. Talvolta ci siamo ritrovati ad ascoltare storie che già abbiamo sentito, accogliendo i nostri vicini di casa, accompagnando a scuola i bambini, partecipando a qualche incontro delle nostre reti locali. Ma una volta di più ci siamo testimoniati a vicenda che l’attenzione e la cura reciproca sono possibili, sono creative, sono gratificanti.
Anche i due relatori, invitati esplicitamente per il seminario, ci hanno offerto un una grande quantità di stimoli e hanno messo a fuoco temi che dovrebbero diventare un sapere condiviso e, invece, spesso non fanno breccia nell’opinione pubblica.
Non proviamo a dare un resoconto esaustivo delle loro relazioni; vogliamo solo sottolineare come l’incontro con loro sia stato importante e, umanamente, molto ricco. Entrambi sono stati contenti di incontrarci e di conoscere la realtà della Rete. Speriamo veramente che con loro si possa camminare e crescere ancora.
Dunque, sabato pomeriggio abbiamo ascoltato la dottoressa Yeelen Badona Monteiro, ricercatrice in Filosofia, che si definisce donna afroeuropea, perché figlia di un’italiana e di un guineano della Guinea Bissau.
Yeelen ci ha parlato del suo percorso, della sua ricerca di identità, come figlia di due mondi che si sono sempre giudicati reciprocamente, forse senza mai riuscire a mettersi in discussione.
Diceva che la tendenza che abbiamo a etichettare le persone, servendoci di stereotipi è una facile tentazione, perché diminuisce il senso di insicurezza personale. Sottolineava, quindi, che per noi europei la strada è molto lunga: gli stessi filosofi “illuministi” fino ad arrivare a Kant ed Hegel, non hanno mai riconosciuto che ci potessero essere elaborazioni di pensiero non eurocentriche. Quindi, essere parte di una fortunata supremazia bianca costituisce un “razzismo esistenziale” che ci accompagna da sempre e che è alla base della nostra formazione culturale e dei tanti aspetti della mentalità colonizzatrice occidentale. Liberarci da questo suprematismo è una sfida difficile, ma che dobbiamo accettare di affrontare insieme, noi e “loro”. Ciò significa che prioritariamente si deve avere l’onestà di riconoscere il problema del “privilegio bianco” e, fatto questo, svolgere assieme un lavoro di “decostruzione”: questo sarebbe il percorso ideale, che assumerebbe anche una forte valenza sul piano politico.
La dr.ssa Monteiro accennava poi alla sua tesi specialistica sui movimenti di rivolta nonviolenta nel Sudan degli anni 2018 – 2019. Il pensiero che solo noi occidentali sappiamo parlare e praticare la politica e che lo stesso sistema parlamentare occidentale sia unico e insostituibile non ci aiuta a capire i fermenti presenti nei contesti africani ricchi di potenzialità positive.
Domenica mattina, invece, abbiamo ascoltato l’architetto Federico Monica, ricercatore in Pianificazione Urbanistica e specializzato nell’analisi dei fenomeni urbani in Africa subsahariana.
Anche qui, senza avere la pretesa di riassumere tutto il suo intervento, riportiamo solo qualche spunto.
In Africa, il tasso annuo di urbanizzazione comporta che città come Accra, capitale del Ghana, crescano di 500 000 abitanti ogni anno, mentre altre città, come Lagos, in Nigeria, hanno già raggiunto i 20 milioni di abitanti. E’ evidente che i modelli europei di sviluppo urbanistico, in questi casi, non hanno senso. Dovranno essere completamente diversi, perché in Africa si ingigantiscono i problemi dell’approvvigionamento dell’acqua potabile e dell’energia e, logicamente, quello dello smaltimento dei rifiuti.
Anche il quadro delle relazioni politiche internazionali è in rapida evoluzione.
Monica sottolineava:
il crollo dell’influenza francese e, attualmente, la riduzione dell’influenza cinese per la situazione di grave indebitamento di molti stati africani verso la Cina stessa;
l’appoggio militare della Russia a singoli leaders più che a stati nazionali;
il ruolo emergente dell’influenza della Turchia e dei Paesi del Golfo Arabo.
La continua sottrazione di minerali preziosi, indispensabili all’economia dei paesi occidentali o, comunque, extra-africani comporta guerre, migrazioni forzate, grandi aree di instabilità politica, insomma le decennali violenze che conosciamo.
D’altro canto, si osservano importanti fermenti di democrazia, con modalità forse diverse dai nostri schemi, ma reali. Per esempio, sempre più spesso i governi locali pretendono che la prima raffinazione del prodotto estratto avvenga nel paese di origine (vedi il caso del cacao e dell’oro del Ghana) e quindi comincia a modificarsi la ricaduta economica di queste attività.
Infine, una nota può farci capire che l’evoluzione dell’Africa non procede come si poteva prevedere solo due decenni fa. L’uso massiccio della telefonia cellulare ha modificato la vita anche nelle zone più remote del continente, quelle dove mancano ancora infrastrutture fondamentali. Per esempio, non solo le rimesse dei migranti, ma anche i pochi soldi per la spesa al mercato sempre più spesso sono veicolati da versamenti online.
Tutto questo deve farci attenti osservatori e aiutarci a uscire da banali semplificazioni e visioni stereotipate riguardo a un continente molto giovane – il 50% della popolazione ha meno di 20 anni – e in grande fermento come è oggi l’Africa.
Della coscienza e della guerra Viviamo un periodo storico rischioso ma affascinante. Molti problemi vengono al pettine e nessuno di essi è risolvibile senza la risoluzione di tutti gli altri. Il cambio climatico con la distruzione del nostro ambiente vitale, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, la crisi della politica e dello stato democratico preda ormai del capitalismo monopolistico, la violenza maschile contro le donne, le migrazioni di massa. Tutti fenomeni che hanno come esito finale la guerra o che si pensa di risolvere con la violenza. Il potere non sente più il bisogno della maschera dei buoni sentimenti perché sa che il collaudato meccanismo della vittima sacrificale ancora funziona. Tra Barabba e Gesù la folla vota Barabba. Il cristianesimo ha incrinato questo meccanismo ma non del tutto.
La mimesi dei buoni comportamenti può aiutare ma è la consapevolezza di sé e delle relazioni che ci legano al tutto che ci può indicare la strada per uscire dalla violenza. Diversi sono i percorsi per arrivare a questa consapevolezza. Per es. la crisi ambientale provocata dal nostro capitalismo predatorio e dalle nostre dissennate abitudini di consumatori ha generato una presa di coscienza sempre più ampia e profonda delle relazioni vitali che ci legano agli ecosistemi, alle piante, agli animali. Io stesso pur essendo da sempre sensibile e impegnato su questi temi non ho ancora finito di imparare. Ricordo con stupore di come non avessi mai considerato la sofferenza degli animali che usiamo come cibo.
Una prima ondata di mobilitazione “proambientale” ha avuto il suo culmine con Greta Thumberg. Una mobilitazione così ampia che ha influenzato le decisioni del potere politico con le varie Coop. a livello globale. Certo ci sono delle reazioni, come sta capitando nell’America o tra i suoi emuli in Europa. Ma credo che non dureranno a lungo. Un altro percorso di consapevolezza l’ho visto in tutto quel mondo del rinnovamento cristiano dopo il concilio Vaticano II. Faccio parte della Rete Radié Resh, un’associazione fondata da Ettore Masina nel 1965 che finanzia microprogetti nel sud del mondo raccogliendo risorse tra i soci con una specie di autotassazione. In qualche modo ci muove il sentimento del debito che abbiamo nei confronti dei popoli oppressi dal nostro colonialismo. Promoviamo inoltre, insieme e dentro altre associazioni come Cittadini Ovunque, attività in favore degli ultimi, migranti, emarginati di vario genere. Attività spesso ostacolate o criminalizzate dai nostri stati cosiddetti democratici ma che nascono dalla consapevolezza che i diritti che abbiamo guadagnato saranno presto perduti se non li riconosciamo e garantiamo per tutti.
Un altro percorso che trovo affascinante è la ricerca che sta facendo F. Faggin sulle reti neurali e l’intelligenza artificiale in forza della quale egli arriva ad affermazioni perentorie come: “nessun supercomputer potrà mai avere una coscienza” o “l’essere umano è dotato di coscienza e di libero arbitrio”. Dove la coscienza si origina da una conoscenza “dall’interno” del sistema di cui siamo parte, non essendo possibile separare l’osservato dall’osservatore, come presume invece la fisica classica. Dove abbiamo sempre una possibilità di scelta perché non siamo macchine determinate da un algoritmo. È importante riconoscere questo perché tante volte rinunciamo all’azione giusta per seguire la via più facile.
La ricerca di Faggin mi affascina anche per le implicazioni che ha nella Genesi dell’Essere. Egli sembra riconoscere agli esseri viventi, agli umani in particolare, uno status ontologico superiore in virtù della comunicazione incessante che esiste fra di loro. La vita è un reticolo di relazioni. In un certo senso non esistono le cose ma accadono eventi. E ciò che resta è la struttura che supporta questo flusso incessante di messaggi. E più la comunicazione si affina, più il conflitto si dissolve in un superiore livello dell’Essere. Questa è la logica e la forza della vita. In qualche modo teorizzata da alcuni biologi del novecento per spiegare l’evoluzione della vita dagli organismi unicellulari dei primordi agli organismi altamente complessi di oggi composti da sottosistemi fortemente simbiotici, coordinati, cooperanti. (Lynn Margulis, Kostantin Mereschkowsky, Ivan Emanuel Wallin, Kozo Polyansky).
La Genesi non è finita il settimo giorno. È solo la presunzione patriarcale del primo monoteismo, quello ebraico, che pensa l’uomo come il culmine dell’Essere, destinato a dominare la terra e ogni altro vivente. La Genesi non finisce mai se sapremo pensarci come parti del tutto, con i nostri limiti e le nostre potenzialità, in relazione continua, capaci di confliggere senza distruggere. È pensabile una umanità riconciliata come una specie di superorganismo simbiotico e cooperante? Sarebbe un altro livello dell’Essere. Pensare il possibile. Perchè se no l’alternativa sarebbe la guerra, cioè il ritorno all’essere minerale.
Confliggere senza distruggere è il titolo del convegno annuale dell’associazione Identità e differenza del 1998. Questa associazione, attiva per oltre 30 anni, è stata per me il luogo principale del mio percorso di consapevolezza. Un luogo dove donne libere da appartenenze simboliche patriarcali hanno accettato un dialogo costruttivo con uomini disposti a mettersi in discussione intorno ai loro stereotipi e ai loro privilegi. È in questo luogo dove ho imparato a decentrarmi, a rendermi conto di quanto parziale fosse il mio punto di vista, ad accettare anche senza capire, modi di essere e di pensare molto diversi dal mio. È in questo luogo che ho imparato a partire dalla mia esperienza e dai miei desideri e non dalle grandi teorie. È questo luogo che mi ha aperto gli occhi sul fardello di ingiustizia che grava ancora sulle spalle delle donne ma anche dei costi che dobbiamo pagare noi uomini per godere dei privilegi del maschio alfa. “Partire da sé e cura delle relazioni” è la buona pratica che abbiamo imparato dalle donne del femminismo della differenza. La buona pratica che può ridare senso ed efficacia alla politica oggi ridotta a mera gestione del potere. A cura di Giovanni Ferronato – Rete di Castelfranco Veneto